Belladonna of Sadness: lo stupro come atto di potere
Belladonna of Sadness (1973), capolavoro animato di Eiichi Yamamoto, non è soltanto un esperimento estetico o psichedelico. È, prima di tutto, un atto d’accusa feroce contro la violenza di genere, raccontata come fondamento storico e culturale del potere patriarcale. A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, il film resta disturbante e attuale perché parla di stupro non come deviazione individuale, ma come meccanismo sistemico di dominio.
Uno stupro che fonda l’ordine sociale
La violenza sessuale subita dalla protagonista, Jeanne, non è presentata come un evento casuale o passionale. È un rito di sopraffazione collettiva, perpetrato dall’élite maschile del villaggio come gesto politico. Il messaggio è chiarissimo: il potere si esercita sul corpo femminile.
In Belladonna of Sadness, lo stupro non distrugge solo una persona, ma stabilisce una gerarchia. Jeanne viene violata perché povera, donna, indifesa. Il film denuncia così una verità ancora scomoda: la violenza sessuale è spesso legata a rapporti di forza economici, sociali e culturali, non al desiderio.
La rappresentazione della violenza: simbolo, non spettacolo
Yamamoto sceglie una messa in scena fortemente simbolica e stilizzata. Le immagini si frammentano, i colori esplodono, i corpi si dissolvono. Questa scelta non attenua l’orrore, lo amplifica. La violenza non viene erotizzata né resa “guardabile”: diventa un trauma visivo e mentale.
Il film rifiuta qualsiasi forma di compiacimento. Non c’è voyeurismo, non c’è spettacolarizzazione. C’è solo la percezione di una violazione totale, che continua a riverberare anche dopo che l’atto è terminato. Ed è proprio questo uno dei punti più forti dell’opera: lo stupro non finisce mai nel momento in cui accade.
La colpa che ricade sulla vittima
Dopo la violenza, Jeanne non riceve giustizia, né solidarietà. Riceve isolamento, sospetto, punizione. La comunità che l’ha distrutta è la stessa che la condanna. Questo meccanismo è tragicamente familiare anche oggi: la vittima diventa colpevole, il trauma viene messo in dubbio, il silenzio diventa obbligo.
Belladonna of Sadness mostra con lucidità come la violazione di genere non sia solo fisica, ma sociale e psicologica. La donna non perde solo il controllo sul proprio corpo, ma anche il diritto di essere creduta, ascoltata, difesa.
La ribellione come unica via possibile
La trasformazione di Jeanne — spesso letta superficialmente come “discesa nel male” — è in realtà una risposta alla violenza subita. Il film suggerisce che, in un mondo che nega protezione e giustizia, la ribellione diventa l’unico linguaggio rimasto.
Questa non è una glorificazione della distruzione, ma una denuncia: quando una società costringe le vittime a scegliere tra annientamento e mostruosità, il problema non è la vittima. È il sistema che l’ha spinta lì.
Una denuncia ancora attuale
Nonostante l’ambientazione medievale e lo stile onirico, Belladonna of Sadness parla direttamente al presente. La violenza di genere continua a essere un cancro della società contemporanea: nelle aggressioni sessuali, nei femminicidi, nella cultura dello stupro, nella normalizzazione del controllo sul corpo femminile.
Il film ci ricorda che il problema non è solo chi commette la violenza, ma chi la giustifica, la minimizza o la ignora. Il silenzio, ieri come oggi, è parte integrante dell’abuso.
Conclusione: un film che ferisce per non mentire
Belladonna of Sadness non consola, non offre redenzione facile. Ferisce, disturba, lascia inquieti. Ma lo fa perché rifiuta di mentire. Racconta lo stupro per ciò che è davvero: un atto di potere che nasce da una società malata.
Guardarlo oggi significa riconoscere che, nonostante il tempo passato, quella malattia non è stata ancora curata. E che il cinema, quando è davvero onesto, può ancora essere uno strumento di denuncia, memoria e resistenza.
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