Fatale
Fatale di Ed Brubaker e Sean Phillips
È una delle opere più affascinanti del fumetto horror contemporaneo, un racconto che intreccia noir e orrore cosmico con una naturalezza sorprendente. La serie segue le tracce di Josephine, una donna enigmatica la cui esistenza sembra attraversare i decenni senza invecchiare, lasciando dietro di sé una scia di ossessioni, sangue e culti oscuri. Fin dalle prime pagine si percepisce un senso di fatalità incombente, come se ogni personaggio fosse destinato a precipitare in un abisso già scritto.

L’elemento più potente dell’opera
È la fusione tra il noir classico e l’orrore lovecraftiano. Brubaker costruisce una struttura narrativa che richiama il poliziesco americano degli anni cinquanta e settanta, fatto di investigatori tormentati e città corrotte, ma progressivamente lascia filtrare presenze antiche e incomprensibili. Il risultato è un’atmosfera costantemente instabile, dove la minaccia non è solo criminale ma cosmica, e dove la dannazione assume una dimensione metafisica.
Il personaggio di Josephine
È il cuore oscuro della serie. Apparentemente è una femme fatale, ma ben presto si rivela qualcosa di più complesso e tragico. Non è semplicemente una seduttrice che distrugge gli uomini che la desiderano, bensì una figura condannata a sopravvivere e a portare con sé una maledizione. La sua immortalità non è un dono ma una prigione, e ogni relazione che instaura sembra già segnata da un destino crudele. Attorno a lei gravitano uomini fragili, attratti come falene verso una luce che li consumerà.

Spoiler:
Nel corso della serie si scopre che Josephine è legata a un culto antico che venera entità mostruose provenienti da un altrove indicibile. La sua capacità di sopravvivere agli anni è il risultato di un patto oscuro, e ogni volta che tenta di sfuggire alla propria condizione finisce per alimentare la spirale di violenza che la circonda. Il destino dei personaggi che la amano è quasi sempre segnato da morte o follia, e l’illusione di una possibile liberazione si rivela tragicamente vana. Il finale suggella questa dimensione ciclica della maledizione, lasciando il lettore con la sensazione che l’orrore non possa essere davvero sconfitto.
Il comparto grafico di Sean Phillips
Amplifica questa atmosfera con tavole dense di ombre e volti scavati. I colori di Elizabeth Breitweiser giocano un ruolo fondamentale nel distinguere le epoche e nel suggerire il tono emotivo delle scene, passando da tonalità calde e nostalgiche a sfumature fredde e malate. L’estetica richiama il cinema noir ma si sporca progressivamente di elementi disturbanti, rendendo visivamente tangibile la contaminazione tra reale e sovrannaturale.

Fatale è quindi molto più di un semplice omaggio al noir o a Lovecraft
È una riflessione sulla dipendenza dal desiderio, sull’impossibilità di sfuggire al proprio passato e sull’attrazione irresistibile verso ciò che ci distrugge. La serie mantiene una coerenza tematica rara e costruisce un universo in cui l’orrore non esplode soltanto nei momenti più espliciti, ma serpeggia costantemente tra le pieghe della narrazione. Per una rubrica dedicata all’horror rappresenta un esempio perfetto di come il genere possa contaminarsi e rinnovarsi senza perdere la propria anima oscura.
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