Fumetti

  • Outcast

    Outcast è una delle opere più cupe e disturbanti scritte da Robert Kirkman, qui affiancato ai disegni da Paul Azaceta. Lontano dal respiro corale e apocalittico di The Walking Dead, Kirkman costruisce un horror intimista e soffocante che affonda le radici nella possessione demoniaca ma sceglie di raccontarla attraverso il dolore personale e il senso di colpa. La serie si sviluppa come una lenta discesa nell’oscurità spirituale dell’America provinciale, dove il male non è solo un’entità soprannaturale ma una presenza che corrode famiglie, fede e identità.

  • The Empty Man

    The Empty Man di Cullen Bunn e Vanesa R. Del Rey è uno di quei fumetti che iniziano come una leggenda metropolitana e finiscono per trasformarsi in un viaggio nell’orrore metafisico. Pubblicato da BOOM! Studios, il primo arco narrativo si presenta come un’indagine su una misteriosa entità evocata da un rituale apparentemente innocuo, ma già dalle prime pagine si percepisce che l’obiettivo non è semplicemente spaventare. L’opera costruisce un senso di inquietudine progressivo, insinuando il dubbio che l’orrore non sia qualcosa che arriva dall’esterno, ma che si annidi nella mente e nelle crepe della realtà.

  • Fatale

    Fatale di Ed Brubaker e Sean Phillips è una delle opere più affascinanti del fumetto horror contemporaneo, un racconto che intreccia noir e orrore cosmico con una naturalezza sorprendente. La serie segue le tracce di Josephine, una donna enigmatica la cui esistenza sembra attraversare i decenni senza invecchiare, lasciando dietro di sé una scia di ossessioni, sangue e culti oscuri. Fin dalle prime pagine si percepisce un senso di fatalità incombente, come se ogni personaggio fosse destinato a precipitare in un abisso già scritto.

  • From Hell

    From Hell è uno di quei fumetti che non si limitano a raccontare una storia ma costruiscono un’esperienza mentale e sensoriale. Alan Moore prende il mito di Jack lo Squartatore e lo trasforma in un’indagine sull’orrore strutturale della società vittoriana, usando il delitto come lente per osservare potere, classe, sessualità e controllo. Non c’è alcuna fascinazione romantica per l’assassino né una detective story tradizionale, ma un senso costante di fatalismo che permea ogni pagina e rende la lettura densa, quasi opprimente.

  • Killadelphia

    Killadelphia è un fumetto horror che usa il vampirismo come lente politica e storica, senza mai ridurlo a semplice gimmick. Ambientato in una Philadelphia cupa e rabbiosa, il racconto parte da un trauma personale per poi allargarsi rapidamente a una visione molto più ampia del potere e della sua corruzione. Rodney Barnes scrive una storia profondamente americana, ma non celebrativa, anzi fortemente critica, in cui l’horror serve a dissezionare il mito fondativo degli Stati Uniti e a mostrarne le crepe ancora sanguinanti.

  • Through the Woods

    Through the Woods di Emily Carroll è una raccolta di racconti horror che dimostra quanto il fumetto possa essere uno strumento potentissimo per generare paura senza ricorrere a effetti spettacolari. È un libro che lavora sul non detto, sull’attesa e sulla sensazione costante che qualcosa stia per andare terribilmente storto. La lettura è rapida ma l’esperienza emotiva è lunga perché le immagini e le situazioni continuano a riaffiorare anche dopo aver chiuso il volume.

  • Nailbiter

    Nailbiter è un fumetto horror che affonda le mani nella paura più concreta e disturbante, quella legata alla violenza umana e all’ossessione per il male. Joshua Williamson costruisce una storia che parte come un thriller investigativo per poi scivolare lentamente in un incubo sempre più soffocante. Buckaroo, la cittadina al centro della vicenda, non è solo un’ambientazione ma un organismo malato, una comunità che sembra generare serial killer con una naturalezza inquietante. Fin dalle prime pagine si percepisce un senso di disagio costante, alimentato dall’idea che l’orrore non arrivi da fuori, ma sia radicato nel luogo stesso.