Infinity Pool

Infinity Pool

Infinity Pool è un film che ti accoglie

Con una promessa di lusso e lentamente la trasforma in una minaccia. Brandon Cronenberg costruisce un’esperienza che sembra partire come una satira sul turismo elitario per poi scivolare in qualcosa di molto più viscerale e destabilizzante. L’ambientazione esotica non è mai davvero rassicurante, anzi diventa fin da subito un teatro astratto e crudele dove le regole morali sembrano sospese. Il film lavora più per sensazioni che per spiegazioni, e lo fa con una sicurezza che non chiede mai il permesso allo spettatore.

Il cuore dell’opera è l’identità

Intesa come qualcosa di fragile, replicabile e soprattutto negoziabile. Cronenberg riprende e radicalizza temi già presenti nel suo cinema precedente, spingendoli verso una dimensione più esplicitamente filosofica. Chi sei quando puoi esternalizzare la colpa, il dolore e persino la morte. Quanto vale una vita quando può essere sostituita. Infinity Pool non risponde mai in modo diretto, ma insiste nel mettere lo spettatore davanti a queste domande finché non diventano scomode.

Dal punto di vista visivo

Il film è ipnotico e aggressivo allo stesso tempo. I colori saturi, le distorsioni ottiche e le sequenze quasi lisergiche contribuiscono a creare una sensazione costante di perdita di controllo. Non c’è mai un vero appiglio visivo stabile, come se anche l’immagine partecipasse allo smembramento dell’io. La regia non cerca l’eleganza rassicurante, preferisce l’eccesso e la ripetizione, trasformando alcune scene in rituali disturbanti che restano impressi più per la loro atmosfera che per la loro funzione narrativa.

Spoiler:

La svolta più inquietante del film arriva quando la duplicazione non è più solo un meccanismo narrativo ma diventa una condizione esistenziale accettata. Il protagonista assiste alla propria esecuzione e progressivamente smette di distinguere se stesso dal suo doppio, fino a perdere ogni residuo di responsabilità morale. Il finale, con la sua scelta di restare in un luogo ormai svuotato di significato e umanità, suggella l’annullamento definitivo dell’identità. Non c’è redenzione né ribellione, solo adesione totale al sistema che lo ha distrutto.

Le interpretazioni

Contribuiscono in modo decisivo alla riuscita del film. Alexander Skarsgård lavora sul corpo e sulla postura per raccontare la dissoluzione interiore del suo personaggio, mentre Mia Goth è magnetica e disturbante, una presenza che incarna il lato più seducente e predatorio di questo mondo senza conseguenze. Il loro rapporto non è mai davvero umano, è piuttosto una danza di potere, imitazione e annientamento reciproco, perfettamente coerente con il discorso del film.

Infinity Pool è un film che divide

E probabilmente deve farlo. Non cerca empatia, non offre conforto e non si preoccupa di essere amato. È un’esperienza che chiede allo spettatore di perdersi, di accettare l’ambiguità e di confrontarsi con l’idea che, in certe condizioni, l’orrore più grande non sia la morte ma la totale perdita di responsabilità. Un’opera crudele, lucida e profondamente disturbante, che conferma Brandon Cronenberg come una delle voci più interessanti e spietate del cinema sci fi horror contemporaneo.


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