La Cattedrale della Carne Il Sacro Orrore di Emil Melmoth
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La Cattedrale della Carne Il Sacro Orrore di Emil Melmoth

Esiste un confine sottile dove l’anatomia medica incontra l’estasi religiosa, dove il “freak show” vittoriano si trasforma in un altare consacrato alla sofferenza. È su questo confine che opera lo scultore messicano Emil Melmoth, un artista che modella la materia per dare forma ai nostri incubi più reconditi, trasformando la deformità in una nuova, terribile forma di bellezza.

Per i lettori di Horror d’Elite, abituati a cercare l’abisso oltre la superficie, l’opera di Melmoth rappresenta una discesa necessaria. Le sue sculture non sembrano create oggi; appaiono piuttosto come reperti dimenticati in una wunderkammer polverosa del XIX secolo, o reliquie salvate dall’incendio di un circo degli orrori. L’artista lavora con resine, metalli e materiali misti, ma l’occhio percepisce cera anatomica invecchiata, ossa ingiallite e tessuti mummificati.

L’orrore in Melmoth è fisico e tangibile. I suoi soggetti sono corpi martoriati: gemelli siamesi fusi in un abbraccio eterno di dolore, figure con arti multipli che ricordano divinità pagane decadute, volti parzialmente scorticati che rivelano la muscolatura sottostante in un ghigno senza pelle. C’è un’eco costante della pittura di Bacon e delle ossessioni di Cronenberg, ma solidificata in una tridimensionalità statuaria che non permette allo spettatore di distogliere lo sguardo.

Eppure, il vero orrore non risiede solo nella carne lacerata, ma nella sacralità che Melmoth le conferisce. L’artista attinge a piene mani dall’iconografia cattolica, mescolando il sacro al profano. Vediamo crocifissi contorti, aureole che adornano teste deformi e piedistalli da museo che elevano queste creature sofferenti allo status di martiri. Melmoth ci costringe a venerare ciò che istintivamente ci respinge, creando un corto circuito emotivo tra repulsione e compassione.

Le sue opere sono monumenti alla fragilità umana, memento mori che sussurrano che sotto la nostra pelle levigata siamo tutti carne, sangue e potenziale deformità. In un mondo che cerca la perfezione, Emil Melmoth ci ricorda che l’orrore più vero è quello che portiamo iscritto nella nostra stessa biologia, rendendolo, paradossalmente, divino.


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