Lights Out - Terrore nel buio

Lights Out – Terrore nel buio

Lights Out – Terrore nel buio (2016): quando le ombre diventano un incubo reale

Nel 2016 David F. Sandberg, allora giovane regista svedese noto principalmente per i suoi cortometraggi horror, approda al lungometraggio con Lights Out – Terrore nel buio, film prodotto da James Wan che in breve tempo conquista pubblico e critica. Il motivo è semplice: Sandberg riesce a trasformare una delle paure più ancestrali — il buio — in un’idea visiva essenziale, immediata e terribilmente efficace.

Dall’idea virale al film hollywoodiano

Lights Out nasce da un cortometraggio del 2013 diretto dallo stesso Sandberg e interpretato dalla moglie Lotta Losten. In meno di tre minuti, il corto metteva in scena un concetto agghiacciante: una figura demoniaca appare solo quando le luci si spengono. Una trovata fulminea ma di geniale semplicità.

Il video diventa virale, attira l’attenzione di James Wan — già autore iconico della saga The Conjuring — e apre a Sandberg le porte di Hollywood. Il regista viene incaricato di costruire intorno a quella spaventosa intuizione un film completo, mantenendo la stessa precisione ritmica del corto.

La storia: una famiglia perseguitata dal buio

La trama segue Rebecca, una giovane donna segnata da un’infanzia instabile e da una madre emotivamente fragile. Quando il fratellino Martin inizia a vivere gli stessi terrori che lei provò anni prima, Rebecca è costretta a tornare a casa per affrontare un passato che credeva di aver lasciato alle spalle.

Al centro del mistero c’è Diana, una presenza inquietante che vive nell’ombra e si manifesta solo quando la luce scompare. Diana è legata alla madre dei protagonisti da un rapporto ambiguo, morboso e psicologicamente devastante: un legame che trasforma l’entità in una sorta di “amica immaginaria oscura”, nata dal trauma e dalla dipendenza emotiva.

Questa doppia dimensione — soprannaturale e psicologica — è una delle armi più potenti del film.

Il buio come nemico: un’idea visiva micidiale

Sandberg dirige con una precisione quasi chirurgica. Ogni scena è costruita sul contrasto fra luce e ombra, creando:

  • salti di paura estremamente calibrati

  • silhouette che scompaiono e riappaiono in frazioni di secondo

  • una tensione crescente che non lascia respiro

Il regista sfrutta lampade, neon difettosi, torce, lampadine che tremolano, e persino la luce della strada per giocare con lo spazio e con la percezione. La creatura di Diana, sempre visibile solo nel buio, diventa una minaccia che può annidarsi ovunque.

È un horror basato su una regola chiara e implacabile, come quelle dei film più incisivi: quando la luce si spegne… sei in pericolo.

Temi: trauma, dipendenza e malattia mentale

Oltre ai brividi ben orchestrati, Lights Out parla di:

  • disturbi psicologici

  • relazioni familiari tossiche

  • senso di abbandono

  • eredità del trauma

La creatura sovrannaturale è anche un simbolo: una proiezione delle ferite della madre, delle sue depressioni e di quella “presenza oscura” che sembra perseguitarla da sempre. Sandberg riesce a mantenere l’equilibrio tra horror puro e metafora, rendendo la storia più profonda di quel che ci si aspetta da un film di questo tipo.

Un debutto che ha lasciato il segno

Con un budget relativamente contenuto, Lights Out ottiene un grande successo a livello globale. Sandberg dimostra un talento straordinario per:

  • la sintesi narrativa

  • la costruzione della suspense

  • l’uso intelligente degli spazi

  • il controllo dei tempi di paura

Il film apre al regista la strada verso Hollywood, dove arriveranno poi Annabelle: Creation, Shazam! e The Conjuring Universe.

Lights Out è un horror che colpisce per la sua semplicità concettuale e per la sua esecuzione brillante. Un esempio perfetto di come un’idea minimale, se ben sviluppata, possa trasformarsi in un cult moderno.

Conclusione

Lights Out – Terrore nel buio rimane uno degli horror più efficaci degli anni 2010: breve, teso, spaventoso e perfettamente costruito. Una storia che non solo fa saltare dalla sedia, ma parla anche di legami familiari fragili e di ombre interiori che assumono forma concreta.

E soprattutto, ricorda una cosa fondamentale:
non è il buio a fare paura… ma ciò che il buio rivela.


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