Under the Skin

Under the Skin

Il fascino ipnotico dell’alieno dentro di noi

Under the Skin è un film che disorienta, seduce e inquieta. Diretto da Jonathan Glazer e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Michel Faber, è una pellicola che sfugge alle etichette facili: è horror, è sci-fi, è arte sperimentale. Ma soprattutto è un’esperienza visiva ed emotiva profondamente destabilizzante. Scarlett Johansson, in una delle sue interpretazioni più audaci e silenziose, veste i panni di una creatura aliena che si aggira per la Scozia, alla ricerca di uomini soli da sedurre. Il film non racconta, ma mostra, e spesso nemmeno quello: suggerisce, lasciando lo spettatore in uno stato di ipnosi inquieta.

Minimalismo e freddo alienante

Girato con un’impostazione quasi documentaristica, Under the Skin sfrutta ambienti reali, luci naturali e una colonna sonora dissonante e straniante (firmata da Mica Levi) per costruire un’atmosfera di costante sospensione. Molte delle scene in cui la protagonista interagisce con uomini sono riprese con telecamere nascoste, con persone ignare di stare recitando, aumentando la sensazione di verosimiglianza disturbata. Johansson è quasi muta per tutto il film, ma ogni suo sguardo, ogni suo gesto ha un peso specifico: l’assenza di emozioni diventa, paradossalmente, un commento feroce sulla percezione del corpo femminile e dell’umanità.

Corpo e predazione

Il film gioca con la sensualità solo per sovvertirla. La protagonista è irresistibile, ma non per sedurre: è un’esca, uno strumento di caccia. L’horror vero e proprio arriva con la scoperta (visiva, mai spiegata) di cosa accade alle sue vittime, e lo fa attraverso immagini tanto astratte quanto disturbanti. La nudità, la carne, il desiderio e la distruzione si fondono in una danza glaciale, che si fa tanto più angosciante quanto più rarefatta. Glazer non indulge nel gore, ma sa colpire lo stomaco con un’inquadratura ferma, una dissolvenza lenta, un’assenza di suono che urla.

Spoiler:

Nel corso del film, qualcosa cambia: l’aliena inizia a osservare gli umani con una crescente curiosità. L’incontro con un uomo deforme segna un punto di svolta: per la prima volta, lei mostra esitazione, compassione. Quando rinuncia a “consumarlo”, inizia un percorso che la porta ad allontanarsi dalla sua missione. Ma il contatto con l’umanità non porta salvezza. Il finale, tragico e poetico, mostra l’aliena brutalmente attaccata da un uomo: il suo involucro si squarcia, rivelando una creatura nera e fragile sotto la pelle. Nell’ultima, struggente scena, l’aliena si osserva morire, toccando finalmente quella condizione umana che non ha mai potuto comprendere.

Alienazione, identità, genere

Il film è stato letto in molte chiavi: una riflessione sull’identità di genere, una critica alla società patriarcale, una metafora dell’alienazione esistenziale. Johansson diventa un corpo-oggetto che acquisisce coscienza e tenta di liberarsene, ma finisce vittima di ciò che quel corpo rappresenta. L’aliena vuole capire cosa significa “essere umani”, ma non può esserlo; vuole provare empatia, ma non le è concesso. Il suo percorso non è una redenzione, ma una condanna. Il film, senza dire nulla, dice moltissimo – ed è proprio questo a renderlo così potente.

Un’esperienza che resta sotto pelle

Under the Skin è cinema che divide: molti lo trovano lento, criptico, “vuoto”; altri lo considerano un capolavoro contemporaneo. Non è un film per tutti, ma per chi è disposto a lasciarsi trasportare in un viaggio ipnotico e disturbante, è una delle esperienze più memorabili del cinema degli ultimi decenni. Glazer firma un’opera che ha il coraggio del silenzio, dell’assenza, del vuoto – e riesce a renderli terribilmente pieni. Quando scorrono i titoli di coda, non si può fare altro che restare immobili, a chiedersi cosa abbiamo appena visto. E, soprattutto, cosa ci ha visto.


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