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Zeder

Zeder (1983): l’horror metafisico di Pupi Avati

Zeder è un film horror italiano diretto da Pupi Avati nel 1983, e rappresenta uno degli esempi più originali e inquietanti del genere in Italia. Lontano dagli eccessi dello splatter, il film punta su atmosfere oscure, suggestioni metafisiche e un lento crescendo di tensione psicologica. È un’opera enigmatica e affascinante, capace di mescolare il thriller investigativo con la riflessione sulla morte e sul ritorno alla vita.

Una macchina da scrivere per aprire l’aldilà

La storia inizia con Stefano, un giovane scrittore e giornalista (interpretato da Gabriele Lavia), che riceve in dono una vecchia macchina da scrivere. Quando scopre che il nastro contiene strani testi riguardanti le “Zone K”, luoghi dove i morti possono tornare in vita, Stefano si immerge in un’indagine che lo conduce a scoprire una rete di segreti, esperimenti proibiti e morti inquietanti.
Al centro di tutto c’è il misterioso Paolo Zeder, scienziato del primo Novecento, le cui teorie sulla resurrezione sfidano le leggi della natura. Man mano che Stefano si avvicina alla verità, la sua vita personale e mentale comincia a sgretolarsi.

Un horror intellettuale e atmosferico

Zeder non è un horror convenzionale: Pupi Avati costruisce un clima morboso e teso, giocando con le ombre, i silenzi e l’architettura inquietante di certi ambienti italiani (ospedali abbandonati, cimiteri, ville misteriose). Il senso di minaccia è costante, ma mai urlato: il film colpisce più per ciò che lascia intendere che per ciò che mostra apertamente.
La colonna sonora elettronica di Riz Ortolani contribuisce in modo fondamentale alla costruzione dell’atmosfera, così come la fotografia cupa e sfumata, tipica del cinema di Avati.

Una riflessione sulla morte e sull’ossessione del ritorno

Oltre all’elemento horror, Zeder è anche un film profondamente filosofico. Il tema del ritorno dalla morte non viene trattato in chiave puramente orrorifica, ma come una ossessione esistenziale, un tentativo disperato di dominare l’ignoto. Il protagonista si trova coinvolto in una spirale di scoperta e follia, fino a un finale ambiguo e disturbante che lascia lo spettatore con più domande che risposte.

Conclusione

Zeder è un gioiello dimenticato dell’horror italiano, una pellicola raffinata e ansiogena che unisce l’estetica gotica a un racconto quasi esoterico. Con la sua regia elegante e il suo approccio autoriale, Pupi Avati dimostra che l’orrore più profondo non nasce dal sangue, ma dall’ignoto che si nasconde dietro la vita e la morte. Un cult assoluto per chi cerca un horror d’atmosfera, inquietante e fuori dagli schemi.


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