28 Giorni Dopo

28 Giorni Dopo
di Danny Boyle (2002)

Il virus della rabbia, sfuggito al controllo, in 28 giorni riduce la Gran Bretagna in uno scenario post apocalittico.

Non svegliarti.

Fuori , nella City, c’è l’inferno, ma Jim non lo sa.
Un inferno fatto di strade deserte, macchine abbandonate e date alle fiamme e cartelloni giganti pieni di foto di persone scomparse.
Non sembra essere rimasta alcuna traccia umana, nelle case, nelle chiese, dentro ai supermercati. Dicono sia colpa di un virus che infetta il sangue e rende le persone simili a animali rabbiosi.
E i pochi ancora sani sono costretti a vivere nascosti, in posti sicuri, lontani dal pericolo.
Ma Jim é in coma, da 28 giorni e non sa nulla. Farebbe bene a seguire l’ultimo consiglio che gli hanno lasciato i genitori, scritto nero su bianco, in una lettera di addio.
Non svegliarti Jim, non svegliarti.

Considerazioni.

Danny Boyle dirige questo film scritto da Alex Garland. 28 Giorni Dopo colpisce per la sua rappresentazione realistica e intensa del collasso totale della civiltà e delle difficoltà di sopravvivenza in un ambiente ostile. Lo stupore con il quale veniamo catapultati all’interno dello scenario post apocalittico é esattamente lo stesso del giovane protagonista, che si sveglia dal coma ignaro di tutto. E sono davvero di grande effetto le sequenze girate in digitale di una Londra apparentemente deserta e silenziosa, dove ogni cosa mostrata ci parla di distruzione e abbandono. Ma poi subentra la violenza, improvvisa e inaspettata, di orde di infetti “rabbiosi” che si muovono velocemente e danno la caccia ai sopravvissuti. E l’ansia e lo smarrimento iniziali si trasformano in puro terrore.

I veri mostri.

28 Giorni Dopo riprende alcune caratteristiche tipiche del genere zombie, senza essere un film sugli zombie. Perché, di fatto, non ci sono zombie.
Quel che c’è fa ancora più paura e lascia intravedere tutto il nichilismo disperato del regista.
A partire dall’intransigenza mostrata da un gruppo di animalisti che scatena la tragedia, senza ascoltare ragioni. Sì arriva così all’immagine di un mondo in cui sopravvivono solo quelli attrezzati per la guerriglia urbana. Perché la violenza peggiore é quella dei soldati che vivono nel blocco fortificato, e che decidono arbitrariamente di ricostruire tutto seguendo le loro regole. Regole che non tengono conto di alcun diritto umano. Emblematica, in tal senso, la scelta di mantenere in vita il soldato infetto per vedere in quanti giorni morirà di fame. Ma, ancora più tremenda, la volontà di abusare delle uniche due donne sopravvissute con la scusa di far “rinascere l’umanità”. Un concetto questo tanto orribile quanto assurdo, dato che basterebbe alzare la testa al cielo per vedere che gli aerei continuano a volare e che, quindi, in definitiva, c’è vita e speranza in altri luoghi.
Tuttavia, Boyle non rinuncia a mostrarci qualche spiraglio di luce. Lo si vede nel bellissimo e commovente rapporto padre/figlia, dove uno straordinario Gleeson e la giovane Burns danno il meglio di loro. Ma anche nel finale del film, quando la speranza per un mondo migliore torna, timidamente, a far capolino.

Conclusioni.

28 Giorni Dopo non é una pellicola perfetta. Alcune cose appaiono un po’ forzate, come la perfetta riuscita del piano di liberazione finale. Ma l’ottima sceneggiatura di Garland, unita al montaggio ritmato e alla regia piena di buone “soluzioni visive” di Boyle, ne fanno un film di tutto rispetto.
Da notare anche la colonna sonora molto curata.
Murphy é la solita garanzia e la Harris é davvero sorprendente.
Il successo del film ha portato a un sequel, “28 settimane dopo”, del 2007, che esplora le conseguenze a lungo termine dell’epidemia e il tentativo di ricostruire la società.

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