Il Figlio di Frankenstein
Il Figlio di Frankenstein
Il ritorno del mito Frankenstein
Il figlio di Frankenstein (1939), diretto da Rowland V. Lee, rappresenta uno degli ultimi grandi capitoli del ciclo Universal dedicato alla Creatura. Il film riporta la saga a un tono più cupo e solenne dopo le derive più movimentate dei capitoli precedenti, concentrandosi non solo sull’orrore, ma soprattutto sull’eredità morale e simbolica del nome Frankenstein.
Un’eredità impossibile da cancellare
Protagonista della storia è Wolf von Frankenstein, interpretato da Basil Rathbone, figlio del celebre scienziato. Tornato al castello di famiglia con l’intento di riabilitare il proprio nome, Wolf si scontra con l’ostilità del villaggio e con il peso di una fama maledetta. Il film sposta così il conflitto dall’esperimento proibito alla responsabilità ereditaria: il peccato del padre diventa una condanna per il figlio.
Ygor: il vero cuore oscuro del film
L’elemento più memorabile dell’opera è senza dubbio Ygor, interpretato da un magnifico Bela Lugosi. Deforme, ironico e animato da un profondo rancore, Ygor non è uno scienziato folle, ma un uomo spezzato dalla violenza subita. È lui il vero burattinaio della vicenda, colui che manipola Wolf e usa la Creatura come strumento di vendetta, ribaltando il classico rapporto tra creatore e mostro.
La Creatura: l’addio di Boris Karloff
La Creatura è interpretata per l’ultima volta da Boris Karloff, che le dona una dimensione tragica e rassegnata. Non è più un essere ingenuo alla scoperta del mondo, ma una presenza stanca, quasi consapevole della propria eterna persecuzione. La sua figura diventa simbolo di sofferenza e sfruttamento, più vittima che minaccia.
Un gotico monumentale
Dal punto di vista visivo, Il figlio di Frankenstein è uno dei film più impressionanti dell’intera saga. Le scenografie gigantesche, le architetture deformate, le scale infinite e le ombre marcate richiamano fortemente l’espressionismo tedesco. Il castello dei Frankenstein non è solo un’ambientazione, ma un personaggio a sé, emblema della colpa che incombe su chiunque vi abiti.
Un orrore più psicologico che fisico
Rispetto ai primi capitoli, il film rinuncia in parte all’orrore diretto per concentrarsi su temi più interiori: l’identità, la colpa, il libero arbitrio. Il vero terrore non nasce dalla Creatura, ma dall’impossibilità di sfuggire al passato e dalle conseguenze delle scelte compiute dalle generazioni precedenti.
La fine di un’epoca
Con Il figlio di Frankenstein si chiude idealmente la fase più nobile e gotica del mito cinematografico. Da qui in poi, la saga prenderà strade più avventurose e crossover. Resta però un film elegante, oscuro e sorprendentemente moderno, capace di trasformare l’horror classico in una riflessione sul peso dell’eredità e sulla natura del male. 🧪⚡
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