Baby Reindeer
Baby Reindeer: ossessione, trauma e verità scomode
Una serie che non ti lascia scampo
Baby Reindeer è una di quelle serie che non cercano di piacere allo spettatore, ma di metterlo a disagio. Creata e interpretata da Richard Gadd, la miniserie Netflix è un viaggio brutale e intimo dentro i meccanismi della dipendenza emotiva, dello stalking e del trauma, raccontati senza filtri, senza eroismi e senza facili assoluzioni.
Ispirata a fatti realmente vissuti dal suo autore, Baby Reindeer rifiuta la struttura classica del thriller e sceglie invece un tono crudo, confessionale, a tratti quasi autolesionista, che trasforma la visione in un’esperienza emotiva difficile da scrollarsi di dosso.
Trama: quando la vittima non è mai solo una vittima
La storia ruota attorno a Donny Dunn, un aspirante comico che lavora come barista a Londra. Un gesto apparentemente innocuo – un caffè offerto a una cliente in difficoltà – diventa l’innesco di un rapporto malato con Martha, una donna fragile, sola e progressivamente ossessiva.
Quello che inizia come uno stalking “classico” si complica rapidamente: Donny non è solo perseguitato, ma intrappolato in un legame ambiguo fatto di paura, bisogno di attenzioni, senso di colpa e autodistruzione. La serie ha il coraggio di mostrare come il trauma possa spingere a scelte contraddittorie, anche profondamente sbagliate.
Un racconto sul trauma maschile (senza retorica)
Uno degli aspetti più potenti di Baby Reindeer è il modo in cui affronta il trauma maschile. Donny non viene mai dipinto come un eroe, né come una vittima perfetta. È confuso, complice, fragile, spesso incapace di proteggersi.
La serie esplora temi raramente trattati con questa brutalità:
- l’abuso sessuale sugli uomini
- la vergogna interiorizzata
- la difficoltà di riconoscersi come vittime
- il bisogno tossico di validazione
Non c’è pedagogia né compiacimento: solo una verità emotiva scomoda, che costringe lo spettatore a rivedere molte certezze.
Jessica Gunning: un personaggio indimenticabile
Nel ruolo di Martha, Jessica Gunning offre una delle interpretazioni più disturbanti e memorabili degli ultimi anni. Il suo personaggio non è un semplice “mostro”: è tragico, grottesco, a tratti persino tenero.
La serie evita la caricatura dello stalker, mostrando una donna spezzata, sola, incapace di distinguere affetto e possesso. Questo non giustifica le sue azioni, ma le rende terribilmente reali.
Regia e stile: intimità soffocante
La regia sceglie spesso primi piani insistiti, ambienti chiusi, luci fredde e silenzi pesanti. Tutto contribuisce a creare una sensazione di claustrofobia emotiva, come se lo spettatore fosse intrappolato nella mente di Donny.
Il montaggio frammentato riflette la memoria traumatica, alternando presente e passato senza preavviso, proprio come accade a chi vive un disturbo post-traumatico.
Una serie necessaria, ma non per tutti
Baby Reindeer non è una visione facile. È dolorosa, disturbante, a volte persino respingente. Ma è anche necessaria.
Parla di consenso, di potere, di dipendenze emotive e di quanto sia complesso riconoscere il male quando assume forme ambigue. Non offre risposte rassicuranti né finali consolatori, ma lascia addosso domande che continuano a bruciare.
Conclusione
Baby Reindeer è una serie che divide, scuote e mette a nudo. Un’opera profondamente personale che trasforma il dolore in racconto e costringe lo spettatore a guardare dove solitamente distoglie lo sguardo.
Non è intrattenimento. È esposizione emotiva. Ed è proprio per questo che è impossibile dimenticarla.
Iscriviti al nostro canale YouTube
