Dahmer - Il cannibale di Milwaukee

Dahmer – Il Cannibale di Milwaukee

Dahmer – Il cannibale di Milwaukee (2002): ritratto di un’oscurità reale

Dahmer – Il cannibale di Milwaukee, diretto da David Jacobson, è un film biografico che affronta una delle figure più disturbanti della cronaca nera americana. Lontano dai meccanismi del thriller sensazionalistico, il film sceglie un approccio freddo e introspettivo, concentrandosi sulla psicologia del serial killer Jeffrey Dahmer più che sulla spettacolarizzazione dei suoi crimini.

Un punto di vista intimo e disturbante

La narrazione segue Dahmer in modo frammentato, alternando momenti della sua infanzia, della giovinezza e della vita adulta, senza una struttura lineare classica. Questa scelta rafforza il senso di alienazione e disconnessione che caratterizza il protagonista, permettendo allo spettatore di entrare in contatto con la sua solitudine patologica, senza mai giustificarne le azioni.

Jeremy Renner e una prova glaciale

Il film è sorretto dalla straordinaria interpretazione di Jeremy Renner, che offre un ritratto inquietante e trattenuto di Dahmer. Il suo personaggio è privo di enfasi, quasi apatico, e proprio questa assenza di emotività rende la visione ancora più disturbante. Renner evita ogni caricatura, restituendo un individuo incapace di relazionarsi, intrappolato nei propri impulsi e nel proprio vuoto emotivo.

L’orrore fuori campo

Uno degli elementi più forti del film è la scelta di mostrare pochissimo della violenza esplicita. Gli omicidi e le atrocità vengono spesso suggeriti, lasciati fuori campo o raccontati attraverso dettagli minimi. Questa sottrazione rende l’orrore più efficace, trasformandolo in un peso costante che incombe sulla narrazione e sulla coscienza dello spettatore.

Un’America silenziosa e indifferente

Dahmer – Il cannibale di Milwaukee mette in luce anche il contesto sociale in cui i crimini avvennero: una realtà urbana segnata dall’indifferenza, dalla solitudine e da istituzioni incapaci di intervenire. Il film suggerisce come l’isolamento del protagonista sia stato amplificato da un ambiente che non ha saputo, o voluto, vedere i segnali del male.

Un biopic scomodo e necessario

Più che raccontare un serial killer, il film riflette sul concetto stesso di mostruosità, mostrando come l’orrore possa nascere nella quotidianità più anonima. Non offre risposte rassicuranti né spiegazioni definitive, ma lascia lo spettatore con un senso di disagio persistente.

Conclusione

Dahmer – Il cannibale di Milwaukee è un film duro, essenziale e profondamente inquietante, che affronta uno dei casi più terribili della storia americana con rispetto e lucidità. Un’opera che rinuncia allo shock facile per concentrarsi sull’abisso umano, risultando disturbante proprio per la sua sobrietà e per la sua inquietante vicinanza alla realtà.


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