Jujutsu Kaisen: quando il mondo ha smesso di respirare
La terza stagione di Jujutsu Kaisen non inizia: continua a sanguinare.
Shibuya non è stato solo un incidente, ma unafrattura irreversibile. Le strade non sono ancora asciutte dal sangue, e l’equilibrio tra umani e maledizioni è definitivamente crollato. Il mondo degli stregoni entra in una fase terminale, dove ogni scelta è una condanna e ogni vittoria ha il sapore della perdita.
Il Culling Game: la macelleria dell’anima
Il cuore nero di questa stagione di Jujutsu Kaisen è il Culling Game, un rituale mascherato da gioco, una selezione naturale costruita sulla sofferenza. Non esistono eroi qui: solo partecipanti costretti a uccidere per continuare a esistere.
Le regole sono fredde, matematiche, disumane. Trasformano le persone in pedine e le città in arene. È un inferno burocratico dove la violenza non è caos, ma sistema.
Yuji Itadori: il protagonista che non vuole più vivere
Yuji non combatte per vincere. Combatte per espiare.
La terza stagione lo mostra svuotato, schiacciato dal peso delle vite spezzate attraverso le sue mani — o peggio, attraverso quelle di Sukuna. Il sorriso è scomparso. Al suo posto c’è uno sguardo fisso, colpevole, quasi già morto.
Yuji diventa l’incarnazione di una domanda insopportabile:
quanto dolore può sopportare una persona prima di smettere di chiamarsi umana?
Sukuna: il dio che ride tra le macerie
Se Yuji è il senso di colpa, Sukuna è la verità crudele.
La sua presenza aleggia sulla stagione come una bestemmia vivente. Non è solo una minaccia fisica, ma filosofica: Sukuna non crede in nulla se non nella propria superiorità. Ogni massacro è per lui una conferma dell’ordine naturale delle cose.
Non è il caos a governare il mondo, ma la violenza. E Sukuna ne è il sovrano.
L’assenza di Gojo: un vuoto che divora tutto
Gojo Satoru non c’è.
E la sua assenza pesa più di qualunque maledizione. Senza di lui, il mondo perde la sua ultima garanzia di sicurezza. Gli stregoni non combattono più con la speranza di vincere, ma con la paura di non essere abbastanza.
Il Prison Realm non imprigiona solo Gojo: imprigiona l’idea stessa che qualcuno possa salvare tutti.
Kenjaku: l’architetto del dolore
A differenza di Sukuna, Kenjaku non distrugge: progetta.
È il burattinaio che osserva il Culling Game come un esperimento sociale, una dissezione dell’umanità. Non prova odio né piacere. Solo curiosità.
La sua mente è il vero orrore della stagione: fredda, paziente, convinta che l’essere umano abbia valore solo quando viene spinto al limite.
Nuovi combattenti, vecchie ferite
La terza stagione di Jujutsu Kaisen introduce nuovi stregoni e riporta in scena volti già segnati. Ma nessuno entra davvero “nuovo” nel Culling Game: tutti portano cicatrici, traumi, desideri di morte o di vendetta.
Ogni combattimento non è solo uno scontro di tecniche, ma una confessione violenta, un’esposizione brutale delle paure più profonde.
Un anime che non vuole confortare
Jujutsu Kaisen smette definitivamente di essere uno shōnen di formazione.
Questa stagione non insegna, non consola, non promette redenzione. Mostra solo cosa resta quando il mondo diventa un campo di battaglia permanente e l’umanità è un optional.
Il macabro non è nei cadaveri, ma nel silenzio che li segue.
Conclusione: non ci sono vincitori, solo sopravvissuti
La terza stagione di Jujutsu Kaisen è un viaggio nel collasso morale.
Non parla di chi è più forte, ma di chi resiste più a lungo senza spezzarsi. È un’opera che guarda lo spettatore negli occhi e gli chiede:
Se fossi lì dentro… quanto dureresti prima di diventare una maledizione anche tu?
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