Resolution
Resolution di Justin Benson e Aaron Moorhead
È uno di quei film che arrivano in punta di piedi e finiscono per scavarti sotto la pelle. Apparentemente minimale, quasi dimesso, si presenta come un thriller indie ambientato in una capanna isolata, ma in realtà usa questa cornice povera per costruire un discorso molto più ampio sul controllo, sul libero arbitrio e sul bisogno umano di dare un senso alle storie. È un film che chiede attenzione e pazienza, perché non offre mai risposte facili né rassicurazioni.

La trama ruota attorno a due amici di vecchia data
Michael e Chris, legati da un rapporto logoro e tossico. Michael incatena Chris per costringerlo a disintossicarsi dalla droga, dando vita a un confronto continuo fatto di sarcasmo, accuse, affetto malato e vecchi rancori. La forza del film sta soprattutto nei dialoghi, affilati e credibili, che trasformano una situazione assurda in qualcosa di disturbantemente umano. Anche prima che l’elemento sci-fi emerga, Resolution funziona già come un dramma psicologico teso e claustrofobico.
L’orrore arriva lentamente
Quasi di soppiatto. Messaggi inquietanti, filmati trovati, presenze che sembrano osservare i protagonisti senza mai mostrarsi davvero. Benson e Moorhead giocano con l’idea del non visto e del non spiegato, lasciando allo spettatore il compito di collegare gli indizi. Il risultato è un senso costante di minaccia astratta, più concettuale che fisica, che richiama il cosmic horror senza bisogno di mostri o effetti speciali invadenti.

Spoiler:
Nel finale emerge chiaramente che Michael e Chris sono intrappolati all’interno di una storia controllata da un’entità superiore che si nutre delle narrazioni e delle scelte dei personaggi. I loro tentativi di ribellione, così come le loro discussioni sul senso delle decisioni e delle conseguenze, diventano parte dello spettacolo richiesto da questa forza invisibile. La rivelazione trasforma retroattivamente l’intero film in una riflessione meta-cinematografica sul ruolo dei personaggi e degli spettatori, rendendo la loro tragedia tanto inevitabile quanto consapevole.
Dal punto di vista stilistico
Resolution abbraccia l’estetica indie senza complessi. La regia è asciutta, la fotografia naturale, quasi sporca, e il montaggio evita qualsiasi enfasi inutile. Questa scelta rafforza l’idea di realtà che lentamente si incrina, facendo sembrare l’elemento soprannaturale ancora più invasivo. Anche il suono è usato con grande intelligenza, spesso lasciando spazio al silenzio o a rumori ambientali che amplificano la tensione.

Resolution non è un film per tutti
Ma è proprio questo il suo punto di forza. È un’opera che parla a chi ama lo sci-fi horror come strumento filosofico, a chi apprezza le storie che si interrogano sulla loro stessa esistenza. Visto oggi, soprattutto in dialogo con The Endless, appare come un tassello fondamentale di un universo narrativo coerente e affascinante. Un film piccolo solo in apparenza, che dimostra quanto si possa fare con idee forti e il coraggio di non spiegare tutto.
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