Train to Busan

Train to Busan

Train to Busan
di Yeon Sang-ho (2016)

In Corea del Sud, un misterioso virus trasforma le persone in zombie. Padre e figlia si ritrovano su un treno in corsa pieno di infetti.

Citazione.

Get on board to stay alive
(frase promozionale del film)

Restate a bordo.

La piccola Soo-an non desidera altro per il suo compleanno: vuole soltanto andare a Busan per passare la giornata con la madre. È la sua unica richiesta, la sola cosa che sembra capace di restituirle il sorriso. Dopo un iniziale rifiuto, suo padre, un prestigioso uomo d’affari, decide di accontentarla e di accompagnarla in viaggio. Seok-woo organizza i suoi impegni, sicuro di far ritorno in poche ore e sale su quel treno. Ma anche qualcun altro arriva e sale a bordo, pochi secondi prima che le porte si chiudano. Sembra gravemente ferito, bisognoso d’aiuto, agonizzante.
E le stranezze non finiscono. Soo-an, mentre il treno lascia la stazione, guarda fuori dal finestrino: vede strani disordini e poi un uomo che si fionda su un altro, con una ferocia impressionante.

Considerazioni.

Yeon Sang-ho dirige un film che è molto più di un semplice racconto di un’epidemia zombie.
Train to Busan è una pellicola che sorprende e stupisce, sotto diversi e molteplici aspetti.

Dal punto di vista del ritmo, non concede neanche un istante di tregua. Subito dopo un breve prologo, che ci mostra il luogo in cui il contagio è nato, lo spettatore viene immerso nel vivo di un racconto in cui l’azione toglie il respiro e non conosce rallentamenti, fino alla fine. Grazie anche a una sceneggiatura brillante e incisiva, capace di piazzare i colpi di scena al momento giusto.
Il luogo stesso in cui si svolge la maggior parte della vicenda è decisamente affascinante e claustrofobico: i vagoni di un treno in corsa, completamente infestato da zombi. La lotta per la sopravvivenza, in questo microcosmo impazzito, diventa una questione estremamente complicata e impellente. Anche perché, appare chiaro, fin dal principio, che ognuno deve badare a se stesso.

E qui arriva la riflessione più profonda. Perchè ciò che fa davvero paura e ribrezzo, in Train to Busan, non sono certo gli zombi, ma gli umani. Il regista sembra infatti interrogarsi sul futuro di un mondo ormai dominato da egoismi e privo di solidarietà. Soprattutto nelle situazioni di panico e di emergenza, non sembra esserci empatia o sostegno e la salvezza personale diventa l’unica e sola preoccupazione. Sono le divisioni a crescere, come si vede nella scena tremenda in cui un gruppo di persone sane viene ghettizzato in base a ragionamenti assurdi e paranoici. È un mondo giunto al capolinea, in cui il solo barlume di speranza sembra essere rappresentato dall’innocenza ancora non corrotta dei bambini.

Train to Busan sa anche commuovere e farci affezionare ai suoi personaggi. È molto di più di un semplice prodotto di intrattenimento, sa coinvolgere soprattutto perché mantiene, per tutta la sua durata, una certa credibilità di fondo nella situazioni proposte, che altre pellicole simili non hanno. Inoltre, possiede soluzioni visivi per nulla banali. È un film solido e avvincente, ben costruito e stupendamente interpretato. Gli zombi sono veloci come centometristi ma, alla fine, di fronte a un prodotto del genere, anche un vecchio nostalgico degli zombi di Romero come me, è disposto a essere indulgente su questo aspetto.

Conclusioni.

Train to Busan ha ricevuto ampi consensi da parte della critica e del pubblico per la sua narrazione avvincente, i personaggi ben sviluppati e le intense sequenze d’azione.
È considerato uno dei migliori film di zombie degli ultimi anni e ha ispirato anche un sequel, “Peninsula”. Dovrebbe inoltre uscire nel 2025 un remake americano intitolato “The last train to New York” prodotto, tra gli altri, da James Wan.


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